PERSONAGGI DI CASTIGLIONE DI IERI E DI OGGI


Nativo di Castiglione fu Pietro Temacoldo, soprannominato il 'vecchio'. Così scrissero di lui gli storici Cairo e Giarelli:
"In quei tempi, come la più parte delle italiche città, ebbe pur Lodi il suo politico rivolgimento, prodotto da quell'eterno dramma passionale che ha per immanchevole protagonista la donna.
Sul cuore naturalmente ben nato del popolo ha sempre prepotuto un nobile sentimento di pietà, quando una donna dovette piegare vittima sotto la tirannia violenta del concupiscente signore. La virtù innata nell'animo degli oscuri e degli umili fu bene spesso poca favilla che secondò gran fiamma d'impensati avvenimenti; e, come a Piacenza il popolo si univa ad Obizzo Landi, per cacciare Galeazzo Visconte che alla virtuosa consorte di lui, Bianchina, aveva recato onta brutale (1322), così anche Lodi, in quei giorni truci, impersonò il suo moto d'insurrezione nella vendetta pel disonore di una povera fanciulla.
Signoreggiavano la città Giacomo e Succio Vistarini (novembre 1328), il cui governo era tutto fatto di dissolutezze e di crudeltà. Capo dei famigli o berrovieri de' Vistarini era Pietro Temacoldo il vecchio, già mugnaio nel nativo Castione. Costui era il ministro e l'esecutore più fedele d'ogni turpezza e scelleraggine de' suoi signori, che dell'opera sua fortificati, in lui avevano piena e cieca fede. Ma la mala pianta del vizio maturava per lo sciagurato castionese il pessimo dei frutti; e un tristo dì egli venne a conoscere che ad una nipote sua, monaca, e sulla quale egli raccoglieva le sole compiacenze del proprio affetto, Succio Vistarini aveva recato l'estremo oltraggio.
Nell'animo cupo del vecchio mugnaio divampò bramosia di vendetta; e siccome a lui i fiduciosi Vistarini avevan data custodia di una delle porte cittadine, così al suo vindice intento fece servire l'uficio commessogli.
Nascostamente introduce in Lodi mille e cinquecento fanti, forse guelfi, racimolati nel contado; ed alla loro testa corre furibondo al palazzo de' suoi signori, che gli vanno incontro chiedendogli:
- Che cosa, figliuolo nostro?
Temacoldo risponde:
- Uno signore satisfa!
E fa caricare di catene e tormentare i Vistarini; li chiude in carcere, e in quella vuol muoiano di fame. Poi, sgominata la fazione de' suoi antichi padroni, assume tosto il governo cittadino; invia messi a Guglielmo di Monteforte, vicario imperiale in Milano, accertandolo che egli non cederebbe Lodi in potestà della chiesa e la terrebbe sotto l'obbedienza dell'imperatore. Ma invece, con una fede a cui molto indulgevano i tempi, conservò la signoria col titolo di vicario papale per sei anni, sino a quando da Azzo Visconte, acclamato signore di Lodi (31 agosto 1355), Temacoldo fu a sua volta fatto prigione e mandato a Milano, dove morì, per mano del carnefice, nel castello di porta Giovia secondo alcuni, o secondo altri di morte naturale dopo semplice confino entro le mura cittadine.
Così la tirannia della piazza non ebbe miglior ventura di quella di palazzo; episodio, del resto, non raro in quei dì, e sul quale ci siamo alquanto soffermati perché Pietro Temacoldo, appartenente per nascita alle terre nostre, esciva da quella folla senza nome di contadini subbietti, i quali mai non avrebber sognata per uno di loro le insegne domeniche di una città."110
Nella 'Nota de li signori che sono stati in Lode Novo' riguardante la storia dei Fissiraga, la vicenda attribuita a Temacoldo soprariportata è descritta così: "Ma io uechio Temacholdo (lo qual uechio fudete fiolo de uno molinare et fudeta canzelé de li diti Signori) [il riferimento riguarda i signori Vistarini] li tradite, et feceli metere in presone in una tore, che era in la rocheta in porta melanesa in Lode, et li fece morire o vero se mangiorno l'uno et l'altro. El dito uechio fudete de Castiòn de Lodesana et stete in signoria anni 7."111

Personaggi castiglionesi degni di nota sono Antonio Manara (1520), Orfeo Galleano, mastro Giacomo da Castione; Gerolamo Faballo, Desiderio Cesari, Antonio Novasconi, Angela Maria Dragoni (fu la fondatrice delle Cappuccine in Castiglione: ne abbiamo parlato nel capitolo dedicato agli ordini religiosi), Romeo Fusari, Antonio Caffi (abbiamo parlato di lui nel capitolo dedicato alla Filarmonica Castiglionese). Antonio Manara fu cavaliere di S. Giacomo della spada, capitano e poi colonnello di Francesco II Sforza: morì nelle Fiandre.

Orfeo Galleano (1553-1603) fu ingegnere militare, colonnello del duca di Lorena. Mastro Giacomo da Castione disegnò e diresse la costruzione del primo teatro comunale di Lodi (1619). Gerolamo Faballo, arciprete della Collegiata di Monticelli d'Ongina, si distinse anche come valente letterato. Desiderio Cesari acquistò fama come cesellatore (1791-1851).

Di Antonio Novasconi, in un opuscolo pubblicato per onorare il 90° della sua morte, leggiamo: "...Nessuno si meravigliò, quando a dodici anni la mamma, una mattina, lo fece salire su un biroccino e partì per Lodi. Parti per Lodi, perché il ragazzo voleva entrare in Seminario… E avvenne che in Seminario il ragazzo si distinse, oltre che per l'impegno (era sempre il primo o tra i primi) soprattutto per la bontà dell'anima...Passando gli anni, il ragazzo benvoluto da tutti arrivò al diaconato". Apprezzatissimo, "quando fu sacerdote il Vescovo volle che rimanesse in Seminario come professore. Quando si rese vacante l'arcipretura di Maleo, fu mandato in quella località un arciprete amatissimo da tutti per la sua bontà e il suo sorriso. Li aveva tutti convertiti. Convertiti con la sua dottrina, la sua predicazione, la sua conversazione: sempre di buon Pastore del Vangelo!
Anche in un altro campo, quello della Carità, che, se occorre dà anche la sua vita per le sue pecorelle.
Scoppiò infatti, un certo momento, il colera. Tutti erano impreparati. Anche le Autorità civili non sapevano cosa poter fare. Alcune erano inette, altre pavide, altre erano scomparse!
La cura degli ammalati fu quindi affidata dalle autorità al Parroco. Ed Egli con i suoi Collaboratori, tutti bravi e zelanti, provvide ai bisogni di tutti in quel momento di grave epidemia, assistendo i colpiti, confortando i morenti, provvedendo alle vedove, aiutando i fanciulli rimasti orfani, elargendo aiuti materiali, indicendo preghiere pubbliche nella Chiesa. Onde ad epidemia cessata, tutti riconobbero che il salvatore della situazione era stato proprio Lui, il buon Pastore."
In uno scritto del 1869, così fu detto di Mons. Novasconi durante i tragici eventi del colera:
"L'arciprete e i coadiutori intervennero con indefessa premura, per offrire "i conforti della religione" ai morenti, ma soprattutto per incoraggiare i molti ammalati.
Il buon clero di Malèo non venne meno al proprio dovere in sì luttuosa circostanza: ciascun dei tre coadiutori accorreva pronto all'assistenza dei malati nel pro
prio distretto, e nessuno ebbe a perire senza i conforti della religione. Il parroco poi era dappertutto, e pareva che in quei dì la di lui persona si fosse moltiplicata. In paese e nei più lontani cascinaggi della parrocchia, nei privati casolari e nel pubblico lazzaretto, dal ricco e dal povero, dagli adulti e dai fanciulli, di giorno e di notte egli era continuamente in moto perché a niuno mancasse né la spirituale, né la corporale assistenza. Sua prima cura fu mettersi all'uopo d'accordo colle Autorità amministrative del Comune, le quali corrisposero sollecite alle premure del venerato Arciprete, e a lui lasciarono piena facoltà di disporre e stabilire quanto avesse giudicato più opportuno al pubblico servizio.
Ma l'azione dell'arciprete incise anche su un altro atteggiamento mentale, tipico di questi momenti di paura così com'erano vissuti nelle società tradizionali, quello che induceva a diffidare dei rimedi e delle strutture sanitarie.
Era già allestito il pubblico lazzaretto, ma i malati non volevano per nessun conto lasciarvisi asportare, perché avevano opinione che niuno sarebbe uscito vivo di là: e per quanto i medici, le locali autorità, e le persone più influenti del paese s'adoperassero a far persuasi questi infelici, che nello spedale avrebbero avuta più pronta, più compita assistenza, ed isolandosi il contagio, si sarebbe più presto liberato il paese; non c'era verso di poter far entrare in essi tale persuasione. Le Autorità, pertanto offese e costernate per sì ostinata ritrosia, ebbero ricorso al parroco, il quale, raccolto immediatamente il popolo nella Chiesa maggiore, tenne loro un discorso così eloquente e persuasivo, che da quel momento in poi, tutti senza eccezione, al primo manifestarsi di qualche sintomo choleroso, chiedevano d'esser trasportati al lazzaretto."111
"Il popolo apprezzò tali premure; perché, quando, qualche anno dopo, l'Arciprete si ammalò gravemente e fu quasi in fin di vita, uno storiografo del tempo ci dice che di giorno la Chiesa era sempre piena di persone che pregavano per la di Lui guarigione. E anche nelle strade, fino ad ora tarda, davanti alle Immagini venerate, il popolo sostava pregando, perché voleva strappare al Signore la grazia della guarigione. Ed il Signore lo esaudì.
E così Don Antonio rimase a Maleo per sette anni [dal 1831 al 1838].
Poi il Vescovo, sembrandogli che per tanta virtù l'insigne parrocchia non fosse un candelabro sufficiente, pensò di portare la lampada evangelica in città, alla Cattedrale.
Il buon Pastore si allontanava, il popolo non voleva lasciarlo partire. Ed egli dovette scomparire di notte!
A Lodi continuò ancora nella linea del Pastore Evangelico. In Cattedrale quando predicava aveva sempre le navate piene.
Nella Chiesa di San Francesco promosse dei corsi di istruzione per i laici. Istruzione religiosa, vorrei dire, un inizio di Azione Cattolica.
Al confessionale (ed è qui, secondo un oratore che ho sentito pochi mesi fa, è qui dove si giudica dello zelo e della santità dì un Sacerdote), al confessionale rimaneva sette otto ore, consigliere di tutti, padre di tutti.
Ma la sua dote di Pastore Evangelico, Egli la manifestò quando, nel 1848, dopo gli infelici moti dei primi tentativi di indipendenza nazionale un patrizio di Lodi, che aveva commesso una colpa, certo grave, ma onorevole per lui: portare alla ribellione un reggimento austriaco; andate male le cose, fu arrestato, processato e condannato alla fucilazione. Il corteo lugubre già era in moto con molti armati e soldati, quando fu avvertito Mons. Novasconi che si stava per compiere una fucilazione. Egli allora corse dal Vescovo e lo pregò che volesse venire con lui. Si presentò al Comandante della Piazza (era un Arciduca, figlio di Ranieri) e, sebbene in un primo tempo non fosse stato ricevuto, avendo insistito, poté parlare e strappare la grazia. La fucilazione fu evitata, Queste cose fecero sempre più conoscere l'Arciprete Novasconi.
Ed ecco che si fecero dei pronostici su di Lui.
Quando morì il Vescovo di Lodi, il Presule di Cremona, Mons. Sardagna, disse: "Ecco, se stesse a me, vescovo di Lodi farei Novasconi ". Ma non pensava il Vescovo di Cremona che la Provvidenza aveva disposto diversamente, e che, un anno dopo, Novasconi doveva essere il suo Successore.
Quando fece l'ingresso nella Diocesi di Cremona, il Clero, che in parte lo conosceva, ed il popolo, gli fecero accoglienze festose.
In Cremona si presentava il secondo aspetto della figura di Lui: Presule Italianissimo. Erano quelli (è ricordato anche nella lapide ora murata) tempi difficili, perché si preparava in Lombardia il moto di insurrezione per la libertà politica.
Nel 1859 si ebbero le fortunate campagne dell'esercito piemontese e francese. Dopo la conclusione di quegli eventi, Mons. Novasconi, primo fra i Vescovi di Lombardia, e forse anche unico, volle con una circolare, illuminare il Clero ed il popolo su quanto la Provvidenza aveva disposto…
In quei giorni però era avvenuto un fatto che cominciava a disorientare non poche persone, specialmente quelle devote alla Chiesa: le città delle legazioni Pontificie (Bologna, Ferrara, Ravenna) si erano date al Governo Sardo.
Molti rimasero scossi, perplessi, incerti per i nuovi avvenimenti, temendo che crollando il Potere temporale, avesse a crollare la Fede e la Chiesa.
Allora un'altra circolare di Mons. Novasconi, unica in quel tempo per gli indirizzi dati, spiega che altro è il Potere temporale e altro è il Potere spirituale, sebben concentrati nella stessa persona…
La notificazione fece il giro di tutta l'Italia, e Alessandro Manzoni ne chiese un esemplare direttamente al Vescovo di Cremona.
Non meravigliamoci allora, se con tanta fama acquistata dal Presule Italianissimo, il 1° gennaio 1860 lo stato maggiore dell'Esercito di Napoleone III si sia presentato in Episcopio a Cremona per rendere omaggio al Venerando Presule: ottanta tra Generali ed Ufficiali.
Né meravigliamoci se nel febbraio dello stesso anno 1860 Vittorio Emanuele II lo nominò senatore (fu l'ultimo Vescovo Senatore d'Italia), e se nel febbraio successivo Camillo Benso, conte di Cavour, venuto a Cremona abbia voluto rendere omaggio al Vescovo della Città, e anche se allora moltissimi si meravigliarono, ed alcuni anche protestarono, e se nel 1862 Garibaldi venuto a Cremona, chiamato dalle insistenze dei cittadini, volle far omaggio al Vescovo del luogo. Si presentò col suo stato maggiore; e la conversazione è stata trascritta (oggi si direbbe registrata) dal suo Segretario. La conversazione termina così: "Io mi rallegro (disse il duce dei Mille) io mi rallegro con voi, Monsignore, per i saggi consigli che date al Clero. E credo che se tutto il Clero seguirà le vostre disposizioni, di cui Voi siete Maestro ed esecutore credo che il consolidamento nostro (cioè l'unificazione del Regno d'Italia) sarà presto un fatto compiuto".
Anche Cesare Cantù volle manifestare la sua stima al Vescovo che aveva dato indirizzi così chiari: "Il potere temporale non è necessario; però e necessaria la libertà e la indipendenza del Pontefice da qualunque autorità terrena, per l'esercizio del suo ministero."
Tali principi affermati nel 1859, 60, 63, sono poi passati nei Patti Lateranensi, perché in essi è proprio stabilito questo punto, giacché il Diritto
Internazionale, allo stato attuale non ammette sovranità senza territorio, il Pontefice, deve avere un territorio per poter manifestare la sua indipendenza presso tutti i popoli. Dirà Pio XI: "Un minimo di territorio, così come nel beato Francesco un corpo era un pretesto per trattenere sulla terra l'anima del Santo"…

Telegramma di Garibladi inviato ad un castiglionese

Oltre che Pastore Evangelico, Presule Italianissimo, Egli era Vescovo Santo. La santità della sua vita la dimostrò nella difesa dei diritti e della libertà della Chiesa, nell'insegnamento di una Dottrina alta e pura, nell'esercizio della carità.
Difese la Chiesa. Nel 1853 fu chiamato a Vienna dall'Imperatore, che gli voleva molto bene, insieme a tutti i Vescovi della Monarchia Austro-Ungarica, per trattare delle relazioni tra Impero e Chiesa, ossia per formulare un così detto Concordato. Nell'assemblea così distinta di quei Vescovi, parecchi dei quali erano anche Cardinali, il Vescovo di Cremona ebbe una posizione preminente, perché
Mons. Novasconi, se non aveva molta cultura di carattere umanistico, aveva profonda cultura teologica, dogmatica, patristica, storica, ed era un canonista di valore. Quindi quel Concordato che regolò le relazioni tra l'impero Austro-Ungarico e tutte le Diocesi del vasto Regno, in gran parte nacque dallo zelo e dall'acume di Mons. Novasconi.
E quando le Provincie Lombarde furono annesse al Piemonte e quel Concordato fu abolito, fu Lui, Mons. Novasconi, che preparò un piano provvisorio per regolare la nuova situazione. Non fu accettato dai Confratelli di Episcopato, però tutti lodarono la saggezza e la sapienza di quelle norme giuridiche. Era il Vescovo Santo che si interessava sì della vita sociale e politica, ma soprattutto di quello che era il bene della Chiesa.
La Santità la mostrava anche nel sostenere la purezza della Dottrina di Cristo. E quando, verso il 1861, si cominciò a discutere nel Parlamento Sardo, a Torino, di Matrimonio Civile, chi si oppose subito fu proprio Mons. Novasconi, ed il progetto di legge fu accantonato. Ma nel 1865 lo si riprese e si capì che forse la legge sarebbe stata varata. L'illustre Presule vide che si commetteva una grave colpa, oltre che un affronto alle leggi della Chiesa e al Sacramento, onde scrisse una lettera a Vittorio Emanuele II, cercando di dissuadere da questo proposito i Deputati del Parlamento Subalpino…
La legge passò. Fu sanata questa piaga con i Patti Lateranensi, quando si sancì che il matrimonio religioso avrebbe avuto anche gli effetti civili.
Mostrò la sua santità anche con la predicazione [e con la carità]…
Ah! questo era proprio il campo del suo ministero! Come a Maleo, come a Lodi, così a Cremona, il suo palazzo era sempre frequentato dai poveri. E quando il Governo fece le leggi eversive per cui furono portati via i beni ecclesiastici, si dispiacque assai, perché aveva degli impegni e tanti bisogni cui provvedere. Si trovò costretto a ridurre a metà le sue sovvenzioni e le sue carità. Però come S. Francesco di Sales diceva: "Alla Carità nulla è impossibile!". Egli cercò di continuare ancora nella condotta di prima imponendo a sé delle privazioni, riducendo la sua mensa già povera, ancora più povera, a non comperare libri, a non favorire certe opere d'arte, a ridurre anche certe cure, di cui aveva assoluto bisogno, pur di fare la carità. La carità era la sua dote distintiva.
Il Signore aveva disposto che il Santo Vescovo parlasse l'ultima volta al suo
popolo nella Festa di Tutti i Santi, sui Santi del Paradiso.
Forse Lui viveva già in questa atmosfera superiore, e, come dice l'Apostolo, la sua conversione era nei cieli.
La sua carriera di Vescovo Santo, predicatore, la chiudeva così: con l'inneggiare ai Santi del Cielo. Si ammalò; ai primi di novembre era già grave. Grande costernazione in Città e Diocesi; vivo interessamento dei suoi Confratelli Vescovi, delle Autorità Civili e politiche.
In quelle ore lasciò ricordi preziosi. Un suo nipote che fu parroco amatissimo in Castiglione, Mons. Pietro Milani, si presentò a Lui per ricevere la Benedizione. Il morente gli disse: "Ricordati di essere un pastore zelante e buono". Voi miei fratelli di questa parrocchia avete beneficiato di queste raccomandazioni.
Volle che gli leggessero l'Ode sacra, la più bella, di Alessandro Manzoni, la Pentecoste: "Madre dei Santi - immagine della città superna...". Grande commozione agli ultimi versi brilla nel guardo errante - di chi sperando muor!".
Moriva così nel bacio del Signore il 12 dicembre 1867.
Il Prefetto di Cremona, interpretando la costernazione generale ed il pianto del pubblico telegrafava al Governo:
"Oggi è morto Mons. Novasconi, Vescovo di Cremona. Con Lui la Diocesi perde il Pastore zelantissimo, i poveri un padre, gli afflitti un consolatore, il Senato un collega, il Governo un vero cittadino".
I funerali furono un trionfo.
Ora è sepolto nella Cattedrale di Cremona, dove fu riportato dal cimitero trent'anni dopo la sua morte.
La città e la Diocesi vollero erigergli un monumento, opera di un discepolo del Canova, l'Argenti…"113

Un personaggio castiglionese di rilevanza internazionale è lo scienziato Romeo Fusari che ebbe la ventura di collaborare nei suoi anni giovanili sotto la guida di Camillo Golgi, a quel vasto movimento di ricerche, le quali hanno rinnovato la neurologia moderna; applicando felicemente i metodi di Golgi Egli ha validamente contribuito a svelare l'arcano della minuta struttura dei centri nervosi.114
A Fusari spetta il merito di aver descritto per la prima volta (nel 1883) le collaterali dei cilindrassi delle cellule dello strato molecolare del cervelletto; sco
perta che doveva avere una grande inf1uenza collo sviluppo ulteriore della conoscenza della struttura dei centri nervosi. - Pure notevoli sono i suoi stadi sulla fine Anatomia dell'encefalo dei Teleostei, i quali rappresentano il primo tentativo di Istologia comparata del cervello eseguito con metodi moderni.
Nel 1897 appare la sua monografia onorata col premio Carpi dell'Accademia dei Lincei sulle prime fasi di sviluppo dei Teleostei. Fra le sue numerose altre pubblicazioni vennero segnalate quelle sulla struttura del sistema nervoso periferico dei Mammiferi e dei Vertebrati inferiori, argomento al quale si è dedicato negli anni giovanili ed anche più tardi quando insegnava a Torino. Magistrale è lo studio di Fusari sullo sviluppo delle capsule surrenali e del simpatico, nel quale Egli dimostra che la sostanza corticale e la midollare della ghiandola surrenale hanno origine del tutto diversa; la prima deriva dall'epitelio celomatico, la seconda dall'abbozzo del simpatico. Non esitiamo ad affermare che su queste ricerche, pienamente confermate da altri studiosi, si fondano le moderne concezioni sulla morfologia del corpo surrenale.
Il Fusari seppe ispirare l'amore per la ricerca scientifica a numerosi allievi; Bovero, Civalleri, Nicola, Verson e Bruni; di questi il Bovero è attualmente Professore di Anatomia umana nell'università di San Paolo (Brasile), Angelo Cesare Bruni è Professore di Anatomia umana nell'Università di Parma.115
Allo scienziato Romeo Fusari è stata intitolata la Scuola Media Statale di Castiglione d'Adda.

Di Castiglione, celebre in tutto il mondo fu il pugile Aldo Spoldi, al quale il paese natio ha intitolato il Centro sportivo.
Kid dinamite (così era soprannominato per il suo 'destro' esplosivo) nacque il 23 gennaio 1912 a Castiglione d'Adda, dove frequentò la scuola elementare; proseguì gli studi a Milano dove, attirato dagli sport dell'atletica e del calcio, strinse amicizia con Giuseppe Meazza e Luigi Beccali, il primo dei quali (centravanti della Nazionale) diventò il più grande giocatore italiano di ogni tempo ed il secondo campione olimpionico nei 1500 metri a Los Angeles.
Spoldi esordì nel pugilato a 14 anni nel minimo delle categorie. Nel 1923 si iscrisse al gruppo Tonoli; da dilettante sostenne 25 combattimenti vincendone 20, di cui 11 per K.O. Il vero debutto avvenne, come peso carta (47 kg.) al torneo delle 'cinture di Milano' dove si affermò più che per la potenza, per l'irruenza e la velocità
dei colpi. Si entusiasmò quando venne chiamato a presenziare agli allenamenti di Primo Carnera e ancor più si sentì al settimo cielo quando il 'gigante friulano' lo volle vicino per una foto, che conservò per tutta la vita.
Diventò professionista nel 1930 a soli 18 anni esordendo a Milano con una vittoria per K.O. contro Rinaldo Castellenghi. Per sostenere incontri girovagò in tutto il mondo per tredici anni, fatta eccezione negli anni 1942-43 perché l'Italia era in guerra contro gli Stati Uniti. Poi iniziò una lunghissima tourneé che lo portò sui ring di Londra, Liverpool, Algeri, Nizza, Vienna, Zurigo, Johannesburg, Cape Town, Manchester, Chicago, New York, Copenhagen, New Orleans, S. Francisco, S.Diego, Hollywood, Los Angeles, S. Monica.
In 148 combattimenti, Aldo Spoldi vinse 125 volte (67 per K..0.), pareggiò 10 volte, subì 13 sconfitte. La sua carriera, iniziata a 18 anni il 7 agosto 1930, si concluse il 23 ottobre 1945 a 33 anni. Raggiunse il vertice conquistando il titolo europeo.

La copertina del volumetto dedicato a Aldo Spoldi

Scrisse anche libri fra i quali: 'L'ultimo K.O.' e 'Io e Primo. La vita de il Gigante buono': quest'ultimo a favore della ricerca sul cancro, male che colpì anche Carnera.
Il 19 novembre 1997 fu stroncato a S. Diego di California da un arresto cardiaco: aveva 85 anni. Nell'ottobre del 1998 la sorella donò al Centro Sportivo di Castiglione a lui intitolato, un bronzo che ne raffigura il volto; la dedica dice: 'Aldo Spoldi, Campione europeo aspirante al titolo mondiale pesi leggeri'. Ma la leggenda di Spoldi a Castiglione è sempre attuale e viva. Il Cittadino del 10 luglio 1998 titolava: 'Castiglione, anche un libro per riscoprire la vita e gli scontri del grande 'Kid dinamite'" Questa espressione è proprio il titolo del volumetto pubblicato dal Comune di Castiglione nel 1998 per ricordare il celebre concittadino, volumetto dal quale abbiamo stralciato queste notizie su di lui.
Nell'ottobre del 1998 'Il Giorno' titolava 'Castiglione. Il palasport sarà intitolato a un mattatore del pugilato. Nel nome di Aldo Spoldi. Per l'inaugurazione atteso Nino Benvenuti...' Il Cittadino del 16 giugno 1999 comunicava: 'Pugilato. Dopo oltre trent'anni di assenza torna la boxe a Castiglione d'Adda. Sul ring per ricordare Aldo. Sabato una riunione in memoria di Spoldi.'

Altri due personaggi castiglionesi del nostro tempo meritano citazione: i pittori Luigi Brambati e Pino Grioni, protagonisti di mostre personali e collettive in Italia ed all'estero.

Autoritratto di Luigi Brambati del 1980

Del primo, nato nel 1925 e deceduto a 58 anni nel 1983, il critico d'arte Mario Ghilardi scrisse: "Brambati pareva immergersi fisicamente nella vita, con tavolozza, pennello e cavalletto, en plein air, nel vento, nel sole, nella luce vera, forse l'ultimo nel tempo di quella grande schiera di pittori che hanno lavorato, combattuto, sofferto, gioito direttamente di fronte alla natura. Pittore di grande dignità. Il suo popolo di umili è sempre nella nostra memoria: donne, vecchi, pescatori, bimbi, esseri con una storia di fatiche, di sofferenze, figure di un popolo buono, povero, figure che esprimono quella dignità del resistere, di andare avanti, nonostante la vita sia avara, forse senza sorrisi e felicità..."
Pino Grioni è nato a Castiglione nel 1932. Gian Alberto Dell'Acqua, di lui scrisse:"…Aliena da accenti drammatici, spesso di tono disteso e contemplativo, la pittura di Grioni tende a risolversi in una sorta di animata geometria, con motivi che spontaneamente trapassano in altri aspetti della sua operosità: la pratica della scenografia e quella della ceramica, di cui danno saggio gli eleganti piatti e vasi lavorati presso la fabbrica di S. Giorgio di Albissola.

Pino Grioni, Via Crucis. (www.grioni.it)

Nei dipinti l'accentuata riduzione bidimensionale delle distanze prospettiche esalta gli accordi di colore, con note prevalenti di azzurri e di rosa, di verdi viola e arancione, tipica poi, e intenzionalmente ricercati e la qualità della materia asciutta e grumosa."
Ha viaggiato molto in Messico, Egitto, Palestina, Russia. Ha ottenuto il premio 'La Madonnina' nel 1978; notevoli sono i suoi due grandi pannelli della chiesa milanese di S. Nicolao de la Flüe, raffigurante la Via Crucis e la Nuova Gerusalemme dell'Apocalisse di S. Giovanni.

Tra i personaggi castiglionesi degni di nota merita di essere inclusa la signora Piera Marchi che, nel dicembre del 1998 meritò il 'Premio della bontà', assegnato annualmente, su segnalazione di parroci ed associazioni varie, dal Lions Club Codogno-Casalpusterlengo per onorare quello che è stato chiamato il 'partito del volontariato'. Dopo la scomparsa del marito, la signora Piera si è data al volontariato dedicandosi totalmente ai Castiglionesi meno fortunati, lavorando in silenzio, con umiltà e discrezione. Ella assiste gli anziani della Casa di riposo, intrattenendoli familiarmente ed aiutandoli nelle loro incombenze; offre il suo aiuto al personale della Scuola materna, facendosi amica dei piccoli allievi cui offre e da cui riceve confidenza, collabora alle pulizie della chiesa parrocchiale, provvede alla distribuzione della buona stampa, sempre pronta ad offrire il proprio aiuto e il proprio consiglio a chiunque della sua gente si trovi in difficoltà.

La cerimonia di inaugurazione del centro sportivo dedicato ad A. Spoldi con la presenza della sorella del pugile e del campione Nino Benvenuti

 

Continua...

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