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Nativo di Castiglione fu Pietro Temacoldo, soprannominato il 'vecchio'.
Così scrissero di lui gli storici Cairo e Giarelli:
"In quei tempi, come la più parte delle italiche città,
ebbe pur Lodi il suo politico rivolgimento, prodotto da quell'eterno dramma
passionale che ha per immanchevole protagonista la donna.
Sul cuore naturalmente ben nato del popolo ha sempre prepotuto un nobile
sentimento di pietà, quando una donna dovette piegare vittima sotto
la tirannia violenta del concupiscente signore. La virtù innata
nell'animo degli oscuri e degli umili fu bene spesso poca favilla che
secondò gran fiamma d'impensati avvenimenti; e, come a Piacenza
il popolo si univa ad Obizzo Landi, per cacciare Galeazzo Visconte che
alla virtuosa consorte di lui, Bianchina, aveva recato onta brutale (1322),
così anche Lodi, in quei giorni truci, impersonò il suo
moto d'insurrezione nella vendetta pel disonore di una povera fanciulla.
Signoreggiavano la città Giacomo e Succio Vistarini (novembre 1328),
il cui governo era tutto fatto di dissolutezze e di crudeltà. Capo
dei famigli o berrovieri de' Vistarini era Pietro Temacoldo il vecchio,
già mugnaio nel nativo Castione. Costui era il ministro e l'esecutore
più fedele d'ogni turpezza e scelleraggine de' suoi signori, che
dell'opera sua fortificati, in lui avevano piena e cieca fede. Ma la mala
pianta del vizio maturava per lo sciagurato castionese il pessimo dei
frutti; e un tristo dì egli venne a conoscere che ad una nipote
sua, monaca, e sulla quale egli raccoglieva le sole compiacenze del proprio
affetto, Succio Vistarini aveva recato l'estremo oltraggio.
Nell'animo cupo del vecchio mugnaio divampò bramosia di vendetta;
e siccome a lui i fiduciosi Vistarini avevan data custodia di una delle
porte cittadine, così al suo vindice intento fece servire l'uficio
commessogli.
Nascostamente introduce in Lodi mille e cinquecento fanti, forse guelfi,
racimolati nel contado; ed alla loro testa corre furibondo al palazzo
de' suoi signori, che gli vanno incontro chiedendogli:
- Che cosa, figliuolo nostro?
Temacoldo risponde:
- Uno signore satisfa!
E fa caricare di catene e tormentare i Vistarini; li chiude in carcere,
e in quella vuol muoiano di fame. Poi, sgominata la fazione de' suoi antichi
padroni, assume tosto il governo cittadino; invia messi a Guglielmo di
Monteforte, vicario imperiale in Milano, accertandolo che egli non cederebbe
Lodi in potestà della chiesa e la terrebbe sotto l'obbedienza dell'imperatore.
Ma invece, con una fede a cui molto indulgevano i tempi, conservò
la signoria col titolo di vicario papale per sei anni, sino a quando da
Azzo Visconte, acclamato signore di Lodi (31 agosto 1355), Temacoldo fu
a sua volta fatto prigione e mandato a Milano, dove morì, per mano
del carnefice, nel castello di porta Giovia secondo alcuni, o secondo
altri di morte naturale dopo semplice confino entro le mura cittadine.
Così la tirannia della piazza non ebbe miglior ventura di quella
di palazzo; episodio, del resto, non raro in quei dì, e sul quale
ci siamo alquanto soffermati perché Pietro Temacoldo, appartenente
per nascita alle terre nostre, esciva da quella folla senza nome di contadini
subbietti, i quali mai non avrebber sognata per uno di loro le insegne
domeniche di una città."110
Nella 'Nota de li signori che sono stati in Lode Novo' riguardante la
storia dei Fissiraga, la vicenda attribuita a Temacoldo soprariportata
è descritta così: "Ma io uechio Temacholdo (lo qual
uechio fudete fiolo de uno molinare et fudeta canzelé de li diti
Signori) [il riferimento riguarda i signori Vistarini] li tradite, et
feceli metere in presone in una tore, che era in la rocheta in porta melanesa
in Lode, et li fece morire o vero se mangiorno l'uno et l'altro. El dito
uechio fudete de Castiòn de Lodesana et stete in signoria anni
7."111
Personaggi castiglionesi degni di nota sono Antonio Manara (1520),
Orfeo Galleano, mastro Giacomo da Castione; Gerolamo Faballo, Desiderio
Cesari, Antonio Novasconi, Angela Maria Dragoni (fu la fondatrice delle
Cappuccine in Castiglione: ne abbiamo parlato nel capitolo dedicato agli
ordini religiosi), Romeo Fusari, Antonio Caffi (abbiamo parlato di lui
nel capitolo dedicato alla Filarmonica Castiglionese). Antonio Manara
fu cavaliere di S. Giacomo della spada, capitano e poi colonnello di Francesco
II Sforza: morì nelle Fiandre.
Orfeo Galleano (1553-1603) fu ingegnere militare, colonnello del
duca di Lorena. Mastro Giacomo da Castione disegnò e diresse
la costruzione del primo teatro comunale di Lodi (1619). Gerolamo Faballo,
arciprete della Collegiata di Monticelli d'Ongina, si distinse anche come
valente letterato. Desiderio Cesari acquistò fama come cesellatore
(1791-1851).
Di Antonio Novasconi, in un opuscolo pubblicato per onorare il
90° della sua morte, leggiamo: "...Nessuno si meravigliò,
quando a dodici anni la mamma, una mattina, lo fece salire su un biroccino
e partì per Lodi. Parti per Lodi, perché il ragazzo voleva
entrare in Seminario… E avvenne che in Seminario il ragazzo si distinse,
oltre che per l'impegno (era sempre il primo o tra i primi) soprattutto
per la bontà dell'anima...Passando gli anni, il ragazzo benvoluto
da tutti arrivò al diaconato". Apprezzatissimo, "quando
fu sacerdote il Vescovo volle che rimanesse in Seminario come professore.
Quando si rese vacante l'arcipretura di Maleo, fu mandato in quella località
un arciprete amatissimo da tutti per la sua bontà e il suo sorriso.
Li aveva tutti convertiti. Convertiti con la sua dottrina, la sua predicazione,
la sua conversazione: sempre di buon Pastore del Vangelo!
Anche in un altro campo, quello della Carità, che, se occorre dà
anche la sua vita per le sue pecorelle.
Scoppiò infatti, un certo momento, il colera. Tutti erano impreparati.
Anche le Autorità civili non sapevano cosa poter fare. Alcune erano
inette, altre pavide, altre erano scomparse!
La cura degli ammalati fu quindi affidata dalle autorità al Parroco.
Ed Egli con i suoi Collaboratori, tutti bravi e zelanti, provvide ai bisogni
di tutti in quel momento di grave epidemia, assistendo i colpiti, confortando
i morenti, provvedendo alle vedove, aiutando i fanciulli rimasti orfani,
elargendo aiuti materiali, indicendo preghiere pubbliche nella Chiesa.
Onde ad epidemia cessata, tutti riconobbero che il salvatore della situazione
era stato proprio Lui, il buon Pastore."
In uno scritto del 1869, così fu detto di Mons. Novasconi durante
i tragici eventi del colera:
"L'arciprete e i coadiutori intervennero con indefessa premura, per
offrire "i conforti della religione" ai morenti, ma soprattutto
per incoraggiare i molti ammalati.
Il buon clero di Malèo non venne meno al proprio dovere in sì
luttuosa circostanza: ciascun dei tre coadiutori accorreva pronto all'assistenza
dei malati nel pro
prio distretto, e nessuno ebbe a perire senza i conforti della religione.
Il parroco poi era dappertutto, e pareva che in quei dì la di lui
persona si fosse moltiplicata. In paese e nei più lontani cascinaggi
della parrocchia, nei privati casolari e nel pubblico lazzaretto, dal
ricco e dal povero, dagli adulti e dai fanciulli, di giorno e di notte
egli era continuamente in moto perché a niuno mancasse né
la spirituale, né la corporale assistenza. Sua prima cura fu mettersi
all'uopo d'accordo colle Autorità amministrative del Comune, le
quali corrisposero sollecite alle premure del venerato Arciprete, e a
lui lasciarono piena facoltà di disporre e stabilire quanto avesse
giudicato più opportuno al pubblico servizio.
Ma l'azione dell'arciprete incise anche su un altro atteggiamento mentale,
tipico di questi momenti di paura così com'erano vissuti nelle
società tradizionali, quello che induceva a diffidare dei rimedi
e delle strutture sanitarie.
Era già allestito il pubblico lazzaretto, ma i malati non volevano
per nessun conto lasciarvisi asportare, perché avevano opinione
che niuno sarebbe uscito vivo di là: e per quanto i medici, le
locali autorità, e le persone più influenti del paese s'adoperassero
a far persuasi questi infelici, che nello spedale avrebbero avuta più
pronta, più compita assistenza, ed isolandosi il contagio, si sarebbe
più presto liberato il paese; non c'era verso di poter far entrare
in essi tale persuasione. Le Autorità, pertanto offese e costernate
per sì ostinata ritrosia, ebbero ricorso al parroco, il quale,
raccolto immediatamente il popolo nella Chiesa maggiore, tenne loro un
discorso così eloquente e persuasivo, che da quel momento in poi,
tutti senza eccezione, al primo manifestarsi di qualche sintomo choleroso,
chiedevano d'esser trasportati al lazzaretto."111
"Il popolo apprezzò tali premure; perché, quando, qualche
anno dopo, l'Arciprete si ammalò gravemente e fu quasi in fin di
vita, uno storiografo del tempo ci dice che di giorno la Chiesa era sempre
piena di persone che pregavano per la di Lui guarigione. E anche nelle
strade, fino ad ora tarda, davanti alle Immagini venerate, il popolo sostava
pregando, perché voleva strappare al Signore la grazia della guarigione.
Ed il Signore lo esaudì.
E così Don Antonio rimase a Maleo per sette anni [dal 1831 al 1838].
Poi il Vescovo, sembrandogli che per tanta virtù l'insigne parrocchia
non fosse un candelabro sufficiente, pensò di portare la lampada
evangelica in città, alla Cattedrale.
Il buon Pastore si allontanava, il popolo non voleva lasciarlo partire.
Ed egli dovette scomparire di notte!
A Lodi continuò ancora nella linea del Pastore Evangelico. In Cattedrale
quando predicava aveva sempre le navate piene.
Nella Chiesa di San Francesco promosse dei corsi di istruzione per i laici.
Istruzione religiosa, vorrei dire, un inizio di Azione Cattolica.
Al confessionale (ed è qui, secondo un oratore che ho sentito pochi
mesi fa, è qui dove si giudica dello zelo e della santità
dì un Sacerdote), al confessionale rimaneva sette otto ore, consigliere
di tutti, padre di tutti.
Ma la sua dote di Pastore Evangelico, Egli la manifestò quando,
nel 1848, dopo gli infelici moti dei primi tentativi di indipendenza nazionale
un patrizio di Lodi, che aveva commesso una colpa, certo grave, ma onorevole
per lui: portare alla ribellione un reggimento austriaco; andate male
le cose, fu arrestato, processato e condannato alla fucilazione. Il corteo
lugubre già era in moto con molti armati e soldati, quando fu
avvertito Mons. Novasconi che si stava per compiere una fucilazione.
Egli allora corse dal Vescovo e lo pregò che volesse venire con
lui. Si presentò al Comandante della Piazza (era un Arciduca, figlio
di Ranieri) e, sebbene in un primo tempo non fosse stato ricevuto, avendo
insistito, poté parlare e strappare la grazia. La fucilazione fu
evitata, Queste cose fecero sempre più conoscere l'Arciprete Novasconi.
Ed ecco che si fecero dei pronostici su di Lui.
Quando morì il Vescovo di Lodi, il Presule di Cremona, Mons. Sardagna,
disse: "Ecco, se stesse a me, vescovo di Lodi farei Novasconi ".
Ma non pensava il Vescovo di Cremona che la Provvidenza aveva disposto
diversamente, e che, un anno dopo, Novasconi doveva essere il suo Successore.
Quando fece l'ingresso nella Diocesi di Cremona, il Clero, che
in parte lo conosceva, ed il popolo, gli fecero accoglienze festose.
In Cremona si presentava il secondo aspetto della figura di Lui: Presule
Italianissimo. Erano quelli (è ricordato anche nella lapide ora
murata) tempi difficili, perché si preparava in Lombardia il moto
di insurrezione per la libertà politica.
Nel 1859 si ebbero le fortunate campagne dell'esercito piemontese e francese.
Dopo la conclusione di quegli eventi, Mons. Novasconi, primo fra i Vescovi
di Lombardia, e forse anche unico, volle con una circolare, illuminare
il Clero ed il popolo su quanto la Provvidenza aveva disposto…
In quei giorni però era avvenuto un fatto che cominciava a disorientare
non poche persone, specialmente quelle devote alla Chiesa: le città
delle legazioni Pontificie (Bologna, Ferrara, Ravenna) si erano date al
Governo Sardo.
Molti rimasero scossi, perplessi, incerti per i nuovi avvenimenti, temendo
che crollando il Potere temporale, avesse a crollare la Fede e la Chiesa.
Allora un'altra circolare di Mons. Novasconi, unica in quel tempo per
gli indirizzi dati, spiega che altro è il Potere temporale e
altro è il Potere spirituale, sebben concentrati nella stessa
persona…
La notificazione fece il giro di tutta l'Italia, e Alessandro Manzoni
ne chiese un esemplare direttamente al Vescovo di Cremona.
Non meravigliamoci allora, se con tanta fama acquistata dal Presule Italianissimo,
il 1° gennaio 1860 lo stato maggiore dell'Esercito di Napoleone III
si sia presentato in Episcopio a Cremona per rendere omaggio al Venerando
Presule: ottanta tra Generali ed Ufficiali.
Né meravigliamoci se nel febbraio dello stesso anno 1860 Vittorio
Emanuele II lo nominò senatore (fu l'ultimo Vescovo Senatore
d'Italia), e se nel febbraio successivo Camillo Benso, conte di Cavour,
venuto a Cremona abbia voluto rendere omaggio al Vescovo della Città,
e anche se allora moltissimi si meravigliarono, ed alcuni anche protestarono,
e se nel 1862 Garibaldi venuto a Cremona, chiamato dalle insistenze
dei cittadini, volle far omaggio al Vescovo del luogo. Si presentò
col suo stato maggiore; e la conversazione è stata trascritta (oggi
si direbbe registrata) dal suo Segretario. La conversazione termina così:
"Io mi rallegro (disse il duce dei Mille) io mi rallegro con voi,
Monsignore, per i saggi consigli che date al Clero. E credo che se tutto
il Clero seguirà le vostre disposizioni, di cui Voi siete Maestro
ed esecutore credo che il consolidamento nostro (cioè l'unificazione
del Regno d'Italia) sarà presto un fatto compiuto".
Anche Cesare Cantù volle manifestare la sua stima al Vescovo
che aveva dato indirizzi così chiari: "Il potere temporale
non è necessario; però e necessaria la libertà e
la indipendenza del Pontefice da qualunque autorità terrena, per
l'esercizio del suo ministero."
Tali principi affermati nel 1859, 60, 63, sono poi passati nei Patti Lateranensi,
perché in essi è proprio stabilito questo punto, giacché
il Diritto
Internazionale, allo stato attuale non ammette sovranità senza
territorio, il Pontefice, deve avere un territorio per poter manifestare
la sua indipendenza presso tutti i popoli. Dirà Pio XI: "Un
minimo di territorio, così come nel beato Francesco un corpo era
un pretesto per trattenere sulla terra l'anima del Santo"…

Telegramma di Garibladi inviato ad un castiglionese
Oltre che Pastore Evangelico, Presule Italianissimo, Egli era Vescovo
Santo. La santità della sua vita la dimostrò nella difesa
dei diritti e della libertà della Chiesa, nell'insegnamento di
una Dottrina alta e pura, nell'esercizio della carità.
Difese la Chiesa. Nel 1853 fu chiamato a Vienna dall'Imperatore, che gli
voleva molto bene, insieme a tutti i Vescovi della Monarchia Austro-Ungarica,
per trattare delle relazioni tra Impero e Chiesa, ossia per formulare
un così detto Concordato. Nell'assemblea così distinta di
quei Vescovi, parecchi dei quali erano anche Cardinali, il Vescovo di
Cremona ebbe una posizione preminente, perché
Mons. Novasconi, se non aveva molta cultura di carattere umanistico, aveva
profonda cultura teologica, dogmatica, patristica, storica, ed era un
canonista di valore. Quindi quel Concordato che regolò le relazioni
tra l'impero Austro-Ungarico e tutte le Diocesi del vasto Regno, in gran
parte nacque dallo zelo e dall'acume di Mons. Novasconi.
E quando le Provincie Lombarde furono annesse al Piemonte e quel Concordato
fu abolito, fu Lui, Mons. Novasconi, che preparò un piano provvisorio
per regolare la nuova situazione. Non fu accettato dai Confratelli di
Episcopato, però tutti lodarono la saggezza e la sapienza di quelle
norme giuridiche. Era il Vescovo Santo che si interessava sì della
vita sociale e politica, ma soprattutto di quello che era il bene della
Chiesa.
La Santità la mostrava anche nel sostenere la purezza della Dottrina
di Cristo. E quando, verso il 1861, si cominciò a discutere nel
Parlamento Sardo, a Torino, di Matrimonio Civile, chi si oppose subito
fu proprio Mons. Novasconi, ed il progetto di legge fu accantonato. Ma
nel 1865 lo si riprese e si capì che forse la legge sarebbe stata
varata. L'illustre Presule vide che si commetteva una grave colpa, oltre
che un affronto alle leggi della Chiesa e al Sacramento, onde scrisse
una lettera a Vittorio Emanuele II, cercando di dissuadere da questo proposito
i Deputati del Parlamento Subalpino…
La legge passò. Fu sanata questa piaga con i Patti Lateranensi,
quando si sancì che il matrimonio religioso avrebbe avuto anche
gli effetti civili.
Mostrò la sua santità anche con la predicazione [e con la
carità]…
Ah! questo era proprio il campo del suo ministero! Come a Maleo, come
a Lodi, così a Cremona, il suo palazzo era sempre frequentato dai
poveri. E quando il Governo fece le leggi eversive per cui furono portati
via i beni ecclesiastici, si dispiacque assai, perché aveva degli
impegni e tanti bisogni cui provvedere. Si trovò costretto a ridurre
a metà le sue sovvenzioni e le sue carità. Però come
S. Francesco di Sales diceva: "Alla Carità nulla è
impossibile!". Egli cercò di continuare ancora nella condotta
di prima imponendo a sé delle privazioni, riducendo la sua mensa
già povera, ancora più povera, a non comperare libri, a
non favorire certe opere d'arte, a ridurre anche certe cure, di cui aveva
assoluto bisogno, pur di fare la carità. La carità era la
sua dote distintiva.
Il Signore aveva disposto che il Santo Vescovo parlasse l'ultima volta
al suo
popolo nella Festa di Tutti i Santi, sui Santi del Paradiso.
Forse Lui viveva già in questa atmosfera superiore, e, come dice
l'Apostolo, la sua conversione era nei cieli.
La sua carriera di Vescovo Santo, predicatore, la chiudeva così:
con l'inneggiare ai Santi del Cielo. Si ammalò; ai primi di novembre
era già grave. Grande costernazione in Città e Diocesi;
vivo interessamento dei suoi Confratelli Vescovi, delle Autorità
Civili e politiche.
In quelle ore lasciò ricordi preziosi. Un suo nipote che fu
parroco amatissimo in Castiglione, Mons. Pietro Milani, si presentò
a Lui per ricevere la Benedizione. Il morente gli disse: "Ricordati
di essere un pastore zelante e buono". Voi miei fratelli di questa
parrocchia avete beneficiato di queste raccomandazioni.
Volle che gli leggessero l'Ode sacra, la più bella, di Alessandro
Manzoni, la Pentecoste: "Madre dei Santi - immagine della città
superna...". Grande commozione agli ultimi versi brilla nel guardo
errante - di chi sperando muor!".
Moriva così nel bacio del Signore il 12 dicembre 1867.
Il Prefetto di Cremona, interpretando la costernazione generale ed il
pianto del pubblico telegrafava al Governo:
"Oggi è morto Mons. Novasconi, Vescovo di Cremona. Con Lui
la Diocesi perde il Pastore zelantissimo, i poveri un padre, gli afflitti
un consolatore, il Senato un collega, il Governo un vero cittadino".
I funerali furono un trionfo.
Ora è sepolto nella Cattedrale di Cremona, dove fu riportato dal
cimitero trent'anni dopo la sua morte.
La città e la Diocesi vollero erigergli un monumento, opera di
un discepolo del Canova, l'Argenti…"113
Un personaggio castiglionese di rilevanza internazionale è lo
scienziato Romeo Fusari che ebbe la ventura di collaborare nei
suoi anni giovanili sotto la guida di Camillo Golgi, a quel vasto movimento
di ricerche, le quali hanno rinnovato la neurologia moderna; applicando
felicemente i metodi di Golgi Egli ha validamente contribuito a svelare
l'arcano della minuta struttura dei centri nervosi.114
A Fusari spetta il merito di aver descritto per la prima volta (nel
1883) le collaterali dei cilindrassi delle cellule dello strato molecolare
del cervelletto; sco
perta che doveva avere una grande inf1uenza collo sviluppo ulteriore della
conoscenza della struttura dei centri nervosi. - Pure notevoli sono i
suoi stadi sulla fine Anatomia dell'encefalo dei Teleostei, i quali
rappresentano il primo tentativo di Istologia comparata del cervello eseguito
con metodi moderni.
Nel 1897 appare la sua monografia onorata col premio Carpi dell'Accademia
dei Lincei sulle prime fasi di sviluppo dei Teleostei. Fra le sue
numerose altre pubblicazioni vennero segnalate quelle sulla struttura
del sistema nervoso periferico dei Mammiferi e dei Vertebrati inferiori,
argomento al quale si è dedicato negli anni giovanili ed anche
più tardi quando insegnava a Torino. Magistrale è lo studio
di Fusari sullo sviluppo delle capsule surrenali e del simpatico, nel
quale Egli dimostra che la sostanza corticale e la midollare della ghiandola
surrenale hanno origine del tutto diversa; la prima deriva dall'epitelio
celomatico, la seconda dall'abbozzo del simpatico. Non esitiamo ad affermare
che su queste ricerche, pienamente confermate da altri studiosi, si fondano
le moderne concezioni sulla morfologia del corpo surrenale.
Il Fusari seppe ispirare l'amore per la ricerca scientifica a numerosi
allievi; Bovero, Civalleri, Nicola, Verson e Bruni; di questi il Bovero
è attualmente Professore di Anatomia umana nell'università
di San Paolo (Brasile), Angelo Cesare Bruni è Professore di Anatomia
umana nell'Università di Parma.115
Allo scienziato Romeo Fusari è stata intitolata la Scuola Media
Statale di Castiglione d'Adda.
Di Castiglione, celebre in tutto il mondo fu il pugile Aldo Spoldi,
al quale il paese natio ha intitolato il Centro sportivo.
Kid dinamite (così era soprannominato per il suo 'destro'
esplosivo) nacque il 23 gennaio 1912 a Castiglione d'Adda, dove frequentò
la scuola elementare; proseguì gli studi a Milano dove, attirato
dagli sport dell'atletica e del calcio, strinse amicizia con Giuseppe
Meazza e Luigi Beccali, il primo dei quali (centravanti della Nazionale)
diventò il più grande giocatore italiano di ogni tempo ed
il secondo campione olimpionico nei 1500 metri a Los Angeles.
Spoldi esordì nel pugilato a 14 anni nel minimo delle categorie.
Nel 1923 si iscrisse al gruppo Tonoli; da dilettante sostenne 25 combattimenti
vincendone 20, di cui 11 per K.O. Il vero debutto avvenne, come peso carta
(47 kg.) al torneo delle 'cinture di Milano' dove si affermò più
che per la potenza, per l'irruenza e la velocità
dei colpi. Si entusiasmò quando venne chiamato a presenziare agli
allenamenti di Primo Carnera e ancor più si sentì al settimo
cielo quando il 'gigante friulano' lo volle vicino per una foto, che conservò
per tutta la vita.
Diventò professionista nel 1930 a soli 18 anni esordendo a Milano
con una vittoria per K.O. contro Rinaldo Castellenghi. Per sostenere incontri
girovagò in tutto il mondo per tredici anni, fatta eccezione negli
anni 1942-43 perché l'Italia era in guerra contro gli Stati Uniti.
Poi iniziò una lunghissima tourneé che lo portò sui
ring di Londra, Liverpool, Algeri, Nizza, Vienna, Zurigo, Johannesburg,
Cape Town, Manchester, Chicago, New York, Copenhagen, New Orleans, S.
Francisco, S.Diego, Hollywood, Los Angeles, S. Monica.
In 148 combattimenti, Aldo Spoldi vinse 125 volte (67 per K..0.),
pareggiò 10 volte, subì 13 sconfitte. La sua carriera, iniziata
a 18 anni il 7 agosto 1930, si concluse il 23 ottobre 1945 a 33 anni.
Raggiunse il vertice conquistando il titolo europeo.

La copertina del volumetto dedicato a Aldo Spoldi
Scrisse anche libri fra i quali: 'L'ultimo K.O.' e 'Io e Primo. La vita
de il Gigante buono': quest'ultimo a favore della ricerca sul cancro,
male che colpì anche Carnera.
Il 19 novembre 1997 fu stroncato a S. Diego di California da un arresto
cardiaco: aveva 85 anni. Nell'ottobre del 1998 la sorella donò
al Centro Sportivo di Castiglione a lui intitolato, un bronzo che
ne raffigura il volto; la dedica dice: 'Aldo Spoldi, Campione europeo
aspirante al titolo mondiale pesi leggeri'. Ma la leggenda di Spoldi a
Castiglione è sempre attuale e viva. Il Cittadino del 10 luglio
1998 titolava: 'Castiglione, anche un libro per riscoprire la vita e gli
scontri del grande 'Kid dinamite'" Questa espressione è proprio
il titolo del volumetto pubblicato dal Comune di Castiglione nel 1998
per ricordare il celebre concittadino, volumetto dal quale abbiamo stralciato
queste notizie su di lui.
Nell'ottobre del 1998 'Il Giorno' titolava 'Castiglione. Il palasport
sarà intitolato a un mattatore del pugilato. Nel nome di Aldo Spoldi.
Per l'inaugurazione atteso Nino Benvenuti...' Il Cittadino del
16 giugno 1999 comunicava: 'Pugilato. Dopo oltre trent'anni di assenza
torna la boxe a Castiglione d'Adda. Sul ring per ricordare Aldo. Sabato
una riunione in memoria di Spoldi.'
Altri due personaggi castiglionesi del nostro tempo meritano citazione:
i pittori Luigi Brambati e Pino Grioni, protagonisti di
mostre personali e collettive in Italia ed all'estero.

Autoritratto di Luigi Brambati del 1980
Del primo, nato nel 1925 e deceduto a 58 anni nel 1983, il critico d'arte
Mario Ghilardi scrisse: "Brambati pareva immergersi fisicamente nella
vita, con tavolozza, pennello e cavalletto, en plein air, nel vento, nel
sole, nella luce vera, forse l'ultimo nel tempo di quella grande schiera
di pittori che hanno lavorato, combattuto, sofferto, gioito direttamente
di fronte alla natura. Pittore di grande dignità. Il suo popolo
di umili è sempre nella nostra memoria: donne, vecchi, pescatori,
bimbi, esseri con una storia di fatiche, di sofferenze, figure di un popolo
buono, povero, figure che esprimono quella dignità del resistere,
di andare avanti, nonostante la vita sia avara, forse senza sorrisi e
felicità..."
Pino Grioni è nato a Castiglione nel 1932. Gian Alberto
Dell'Acqua, di lui scrisse:"…Aliena da accenti drammatici, spesso
di tono disteso e contemplativo, la pittura di Grioni tende a risolversi
in una sorta di animata geometria, con motivi che spontaneamente trapassano
in altri aspetti della sua operosità: la pratica della scenografia
e quella della ceramica, di cui danno saggio gli eleganti piatti e vasi
lavorati presso la fabbrica di S. Giorgio di Albissola.

Pino Grioni, Via Crucis. (www.grioni.it)
Nei dipinti l'accentuata riduzione bidimensionale delle distanze prospettiche
esalta gli accordi di colore, con note prevalenti di azzurri e di rosa,
di verdi viola e arancione, tipica poi, e intenzionalmente ricercati e
la qualità della materia asciutta e grumosa."
Ha viaggiato molto in Messico, Egitto, Palestina, Russia. Ha ottenuto
il premio 'La Madonnina' nel 1978; notevoli sono i suoi due grandi pannelli
della chiesa milanese di S. Nicolao de la Flüe, raffigurante la Via
Crucis e la Nuova Gerusalemme dell'Apocalisse di S. Giovanni.
Tra i personaggi castiglionesi degni di nota merita di essere inclusa
la signora Piera Marchi che, nel dicembre del 1998 meritò
il 'Premio della bontà', assegnato annualmente, su segnalazione
di parroci ed associazioni varie, dal Lions Club Codogno-Casalpusterlengo
per onorare quello che è stato chiamato il 'partito del volontariato'.
Dopo la scomparsa del marito, la signora Piera si è data al volontariato
dedicandosi totalmente ai Castiglionesi meno fortunati, lavorando in silenzio,
con umiltà e discrezione. Ella assiste gli anziani della Casa di
riposo, intrattenendoli familiarmente ed aiutandoli nelle loro incombenze;
offre il suo aiuto al personale della Scuola materna, facendosi amica
dei piccoli allievi cui offre e da cui riceve confidenza, collabora alle
pulizie della chiesa parrocchiale, provvede alla distribuzione della buona
stampa, sempre pronta ad offrire il proprio aiuto e il proprio consiglio
a chiunque della sua gente si trovi in difficoltà.

La cerimonia di inaugurazione del centro sportivo dedicato
ad A. Spoldi con la presenza della sorella del pugile e del campione Nino
Benvenuti
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