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Alla morte di Francesco II, ultimo duca degli Sforza, avvenuta nel 1535,
cessò l'indipendenza dello Stato di Milano, che venne inserito
nel territorio del dominio spagnolo il quale continuò fino al secolo
XVIII.
Il Lodigiano venne distinto in città, cui erano attribuiti
ampi privilegi dai quali erano escluse le popolazioni rurali, e contado.
Quest'ultimo, a sua volta, era diviso in Vescovati, in quanto l'antico
contado di Lodi era dominato dai Vescovi col titolo di Conti. Nel compartimento
territoriale del Lodigiano del Ducato di Milano, nel XVI secolo Castione
(questa è la dizione del tempo), con beni dei signori Pallavicini
e Brusada, fece parte del Vescovato di Sotto la Strada Cremonese.
Così anche nel 1600, sempre sotto il Ducato di Milano.
Secondo le notizie precise e dettagliate inserite nella Cronaca (1730-43)
del dott. Gian Domenico Ruggeri, di cui abbiamo già parlato a lungo,
le autorità comunali di Castiglione erano le seguenti: il podestà,
autorità suprema; il luogotenente, vice del podestà
che normalmente non risiedeva in paese; i deputati, in numero di
tre, scelti tra i censiti e in rappresentanza dei proprietari terrieri:
praticamente erano coloro che governavano; i sindaci erano i controllori
di tutta l'amministrazione comunale; il Fiscale, il Cancelliere
e il Ragionato erano i Magistrati del Comune; i Consiglieri
erano gli eletti dai deputati tra coloro che pagavano le tasse; Agente
del duca era l'uomo di fiducia del feudatario.
Nel 1757 e nel 1786, Castiglione con Barattera apparteneva al Vescovato
di Sotto, Delegazione XIX. Con la Repubblica Cisalpina, nel maggio del
1798 entrò nel Dipartimento dell'Adda, come capoluogo del 7°
Distretto comprendente 13 località. Nel settembre dello stesso
anno fece parte del Dipartimento dell'Alto Po Distretto IV°. Il 13
maggio 1801, Castiglione con Barattera rientrava nel Dipartimento Alto
Po, Distretto II di Crema. Col Regno d'Italia, l'8 giugno 1805, come Comune
di classe C e una popolazione di 2345 anime, rientrò nel Distretto
III di Lodi Cantone V di Casalpusterlengo. Alla nascita del Regno Lombardo-Veneto
(1816), Castiglione con Barattera fece parte della provincia di Lodi e
Crema, Distretto V di Casalpusterlengo.

Cartina della Delegazione XIX comprendente Castiglione
d'Adda
Nel 1844 la provincia di Lodi-Crema era divisa in nove Distretti
suddivisi in 175 comuni. Due erano le città Regie (Lodi e Crema),
dieci i borghi tra cui Castiglione, 524 villaggi: 20.230 erano le abitazioni
e 46.114 le famiglie.
Il comune di Castiglione era retto da un Convocato generale, non da
un Consiglio comunale.
Nel 1853 con il Regno Lombardo-Veneto e la provincia Lodi-Crema, i Distretti
passarono da 9 a 7: Castiglione apparteneva al VII di Casalpusterlengo
ed era amministrato da un Convocato generale.
Le notizie del tempo dicono: "D'ordinario la popolazione femminile
supera d'alcun poco quella maschile. La giovane popolazione dalla nascita,
cioè, ai diciotto anni, si calcola ad un quinto della cifra complessiva...I
Lodigiani sono "in generale di bell'aspetto, civili nelle maniere,
ospitali e pronti d'intelletto". Il sesso femminile "è
per lo più di assai belle forme".
Come abbiamo detto Castiglione apparteneva al Distretto di Casalpusterlengo
ed era un Comune con Convocato che, compresa la frazione di Barattera,
contava 3343 abitanti su una superficie di 14.965 pertiche. Era
un "Borgo sulla destra dell'Adda, in territorio abbondante in pascoli.
Vi si fa[cevano] eccellenti formaggi."
Con il Regno di Sardegna, nel 1859, ricostituita la Provincia di
Milano, Castiglione, con una popolazione di 3323 anime, fece parte
del Circondario di Lodi, VI Mandamento di Casalpusterlengo. Alla nascita
del Regno d'Italia proclamato dal Parlamento di Torino il 17 marzo
1861, Castiglione con le località di Bosco Griffini, Gerra, Delizia,
Cascinetta, San Carlo, Barattiera, Le Cassinette, Cassina Busca, San Bernardino,
Mulino Busca, Grassi, Repetta, La Rotta con una popolazione di 3512
abitanti, rientrava nella provincia di Milano, Circondario di Lodi, VI
Mandamento.60
Di quel periodo abbiamo reperito il 'Giuramento' prestato dal Sig.
Alessandro Milani nella sua qualità di Sindaco del Comune di
Castiglione. Ne riportiamo il testo, che rivela il rigore, la meticolosità
e la precisa ufficialità insiti nelle frasi e nelle parole: "L'anno
mille ottocento sessanta, ed alli ventitre del mese di Febbraio in Lodi
e nel R. Ufficio d'Intendenza del Circondario. Ivi nanti l'Illustrissimo
Signor Cavaliere ed Avvocato Giuseppe Forzani Intendente di questo Circondario
è personalmente comparso il Signor Alessandro Milani il quale facendo
fede d'essere stato con Decreto Reale delli dodici corrente mese nominato
Sindaco del Comune di Castiglione ha chiesto d'essere ammesso a prestare
il prescrittogli giuramento, al che avendo aderito il Sig. Intendente,
egli è perciò che postosi ginocchione, col capo scoperto,
e tenendo la mano destra sui sacrosanti Evangeli ha giurato e giura come
segue: Io Milani Alessandro nominato Sindaco del Comune di Castiglione
giuro e pro-metto all'onnipotente Iddio, che invoco testimonio a quest'atto,
di essere fedele a Sua Sacra Reale Maestà il Re Vittorio Emanuele
II ed ai Suoi Successori, di osservare lealmente lo Statuto, e le Leggi
dello Stato, e di esercitar le mie funzioni di Sindaco col solo scopo
del bene inseparabile del Re, e della Patria. Di quale atto si concessero
per me Segretario di questo Ufficio pubbliche testimoniali in persona
delli Sig. Pratesi Giuseppe e Carpani Giacomo che unitamente a' quali
sovra si sono come infra meco sottoscritti." Seguono le firme
del Sindaco, dell'Intendente e dei testimoni.61
A proposito dell'Unità d'Italia, don Giulio Mosca scrisse:
"I cattolici - emarginati, angariati e vilipesi - furono sudditi
leali del nuovo Stato che si stava costituendo, riconobbero le nuove autorità.
Anche quelli non allineati al potere. C'era stato un Risorgimento Cattolico
per una Italia una. Furono contro, nell'ambito politico, a quel modo di
fare l'Italia: l'Italia dei pochi che si imponevano ai molti, combattendo
le più profonde convinzioni religiose e morali del popolo e ignorandone
le più vitali esigenze economiche.
Nello stesso anno della annessione della Lombardia al Piemonte, il I luglio
1859, Mons. Benaglio in una lettera pastorale si era rallegrato per i
meravigliosi successi delle armi alleate; aveva invitato i fedeli a stringersi
attorno al "nostro Re" come sudditi fedeli; a dare assistenza
ai molti militari feriti. Aveva invitato i giovani ad arruolarsi, e tutti
i fedeli a pregare per la fine della guerra e per il Re. Poiché
serpeggiava anche nelle nostre campagne, in alcune Parrocchie, un certo
spirito contrario al grande movimento nazionale, sì da impedire
l'uso di bandiere e coccarde, prima ancora (il 15 giugno) era intervenuto
con altra lettera circolare per deplorare il fatto e per raccomandare
ai Parroci di far opera di pacificazione degli animi e di illuminazione
delle menti presso i cittadini. Non è vero - scrisse - che i Lombardi
per libertà intendano il libertinaggio irreligioso. Il 28 giugno
aveva indetto una raccolta di biancheria e bende per i feriti. All'inizio
della seconda guerra per l'indipendenza, libera ormai la Lombardia dal
dominio austriaco, fece esporre il Crocefisso della Maddalena per impetrare
la grazia della breve durata della guerra e della vittoria. Ogni anno
nel giorno natalizio del "nostro amatissimo Re" ordinava di
celebrare in tutte le Parrocchie la Messa solenne e il Te Deum, cui partecipavano
le autorità civili e militari. Così anche nell'anno 1861:
"Ricorrendo il fausto anniversario del natalizio di Sua Maestà
l'amato nostro Re Vittorio Emanuele II, ordiniamo che si conservi la pia
pratica di queste Provincie già in corso, di implorare in detto
giorno la benedizione dell'Altissimo sul nostro Monarca. Un solenne Te
Deum verrà cantato nella Cattedrale, e in tutte le Chiese Parrocchiali
della Diocesi". Quel giorno Vittorio Emanuele II fu proclamato
Re d'Italia.
Ma quando il ministro Minghetti istituì la festa dello Statuto
del Regno e dell'Unità d'Italia, dopo l'annessione delle Romagne,
si ebbe da parte della Santa Sede e dei Vescovi una forte reazione. L'adesione
alla festa (per la parte che riguardava l'unità d'Italia) equivaleva
a un riconoscimento di fatto della annessione dei territori dello Stato
della Chiesa (che esisteva da un millennio, salvaguardando l'indipendenza
e la libertà dei Papi e gli indispensabili cespiti economici),
con la violenza e contro le norme internazionali. Mons. Benaglio dispose:
"La festa stabilita con la legge 5 maggio 1861 da celebrarsi nella
prima domenica del prossimo giugno, essendo puramente civile, e politica,
dichiariamo non essere il caso, che abbia luogo veruna straordinaria funzione
religiosa; perciò le ordiniamo [la lettera era indirizzata ai Parroci]
che non debba accettare alcun invito, che le venisse fatto dalla politica
Autorità. Tanto le esprimiamo, non per animo ostile al nostro Governo,
al quale anzi ci professiamo pienamente subordinati in tutto ciò
che gli compete".
Non tutti i Parroci ubbidirono, come anche negli anni immediatamente
successivi. E non furono pochi, a testimonianza del favore di buona parte
del Clero per l'unificazione d'Italia, all'inizio del Regno. Poi, sotto
i colpi della legislazione anticattolica i più si ricredettero
dall'entusiastica fiducia nel Re e nel suo Governo. Mons. Benaglio
scrisse personalmente lettere addoloratissime ai disobbedienti62, …[anche]
al Parroco Vicario Foraneo di Castiglione d'Adda, al quale
indirizzò la lettera seguente:
"Ho sentito con non lieve mio dolore come ella contro il divieto
espresso dalla mia circolare abbia celebrato la festa nazionale, come
mio vicario ella doveva dare buon esempio e confermare anche ai Parochi
da lei dipendenti. Essi non hanno disobedito solo a me ma a tutta la Chiesa,
cioè al Sommo Pontefice e a tutto l'Episcopato, il quale ha dichiarato
illecito, e in cosa gravissima, il solennizzare con rito religioso l'unità
d'Italia, e per quel motivo si ha disubidito per piacere agli uomini,
contro il detto dell'Apostolo: non fatevi servi degli uomini, se piacessi
agli uomini non sarei servo di Dio. Io mi attristo pel traviamento di
tanti sacerdoti, che chiudono gli occhi alla luce per seguire le tenebre.
Monsignore di Brescia ha tolto la Vicaria a tutti i vicari che hanno celebrato,
e limitato, e circoscritto entro i soli confini delle loro parrocchie
tutte le sacre funzioni. Io non do mano a censure, mi basta a far sentire
ai disubidienti il mio rammarico, e vedo che si abusa della mia bontà".
Alla lettera rispose il Parroco di Castiglione: lo scorso anno
io mi ero astenuto, ma poi ho saputo che la Curia aveva permesso a molti
Parroci di celebrare la festa solo per quanto riguarda lo Statuto, non
l'Unità. Il Municipio mi diede assicurazioni in questo senso. Gli
altri Parroci del Vicariato hanno deciso per conto loro di celebrare la
Funzione, sia quest'anno che l'anno passato. Spiacente di averla rattristata…"63
Il 19 giugno 1866 l'Italia dichiarò guerra all'Austria scendendo
in campo al fianco della Prussia. Le operazioni militari, che avrebbero
dovuto procurarci l'annessione del Veneto al Regno d'Italia, ebbero subito
un andamento sfavorevole. Sconfitte le forze di terra a Custoza il 29
giugno, sconfitte quelle di mare a Lissa un mese dopo, il conflitto fu
interrotto dall'armistizio austro-prussiano che indusse
l'Italia a firmare l'armistizio di Cormons il 12 agosto 1866. Con la pace
di Vienna del 3 ottobre, il Veneto venne ceduto a Napoleone III e da questi
consegnato all'Italia, previo plebiscito.
L'episodio della breccia di Porta Pia, avvenuto il 20 settembre 1870
ed il plebiscito del 20 ottobre, suggellarono l'unione di Roma all'Italia.


Immagini di vita contadina del passato (tratte da E.
Ongaro, Lavoratori e Camere del Lavoro nel Lodigiano 1861-1945, il Papiro
Editrice)
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